Sâintitola Non hanno più vino ed è la lettera pastorale del vescovo di Lugano Pier Giacomo Grampa, dedicata alla crisi del matrimonio. Contiene significative aperture proprio sul tema dei sacramenti ai divorziati risposati. Monsignor Grampa chiede un «atteggiamento di grande comprensione e misericordia» che «riduca al minimo i rifiuti a ricevere lâEucaristia».
Il vescovo di Lugano definisce il matrimonio soltanto civile «una tappa comprensibile in un cammino di crescita e di maturazione, in qualche caso addirittura auspicabile per evitare un matrimonio religioso nullo. Allegato alla lettera câè il «Piano di pastorale familiare» della diocesi di Lugano, approvato dallo stesso Grampa, nel quale si critica lâ«atteggiamento di giudizio e di emarginazione nei confronti dei separati/divorziati che contraddice apertamente il vangelo della misericordia» e si afferma che «è giunto il momento per la nostra Chiesa particolare di muoversi con coraggio su nuove piste verso obiettivi concreti».
Quali? Innanzitutto «una richiesta di perdono da parte della Chiesa diocesana per atteggiamenti poco cristiani di molti suoi figli», quindi una «pastorale dei divorziati e divorziati risposati».
Nel documento si legge che «le disposizioni attuali della Chiesa, applicate con durezza e senza uno sforzo di discernimento pastorale, fanno sentire a volte questi nostri fratelli e sorelle come già giudicati e fissati per sempre nella loro situazione». Per questo «ci chiediamo se dopo un cammino di discernimento e di accompagnamento nella fede di quei divorziati risposati che vivono sinceramente la vita cristiana e ne danno buona testimonianza non sia possibile ammetterli ai sacramenti» (Il Giornale 8 novembre 2006)
Una notizia persa tra le tante, eppure di grandissima importanza. Si tratta di una lettera pastorale del Vescovo di Lugano Pier Giacomo Grampa, dedicata alla crisi del matrimonio, che illumina quale sia davvero la grande sfida che si gioca all'interno della Chiesa. Uno spunto per riflettere su quale sia il grande crinale dove la Chiesa è chiamata a decidere se restare fedele al suo mandato e alla sua missione o se lasciarsi andare alla deriva mondana che sembra averla afferrata per la gola. Noi crediamo che si tratti di qualcosa di epocale, mentre tutto quello che sembra così importante e che riceve ospitalità sulle pagine dei giornali, dal rapporto con l'Islam alle polemiche sui teocon, dalla Messa in latino ai progetti culturali non sono altro che l'epidermide di quel che oggi è il vero punto cruciale. La fede...
Non crediamo sia un caso che dopo il Grande Annunciatore, l'Apostolo del Mondo, il Grande Giovanni Paolo II, la Provvidenza ci abbia donato un Papa che alla Fede ha dedicato tutta la sua esistenza. Crediamo sia il segno più importante che Dio ha dato alla sua Chiesa in questo tempo. Sottovalutato, troppo e spesso. La lettera in questione getta sul tavolo quella che oggi è la deriva più pericolosa per la Chiesa: abbassare l'asticella che misura la sfida perchè non si crede più nel potere della fede. Non a caso l'interrogativo più tagliente sorto sulle labbra del Signore fu proprio: "Il Figlio dell'Uomo, quando tornerà , troverà la fede sulla terra?", il che ci dice che la fede non è per nulla scontata. Anzi. La lettera del Vescovo di Lugano invece sembra una bandiera bianca issata sulla disfatta della pastorale. Non v'è traccia del potere di Gesù Cristo, perchè non vi è più traccia dell'oggetto su cui la vittoria sulla morte del Signore possa esercitarsi. Dall'orizzonte è sparito il peccato, e con esso suo padre, il demonio, e tutte le sue menzogne, gli inganni subdoli che lo fanno travestire da angelo di luce, per poi dividere e gettare nella disperazione. La verità non sembra faccia libero più nessuno. La misericordia, che è perdono capace di ricreare nelle viscere della Chiesa anche l'uomo più degradato, sembra svenduta a prezzi di saldo, perchè in fondo, parliamoci chiaro, a che serve se l'uomo non ne ha bisogno? A che serve la misericordia che ha squarciato il corpo e il cuore di Cristo per perdonare il peccato se è di un'altra misericordia che si parla e si scrive, quella che, con una pacca sulla spalla, ti indica addirittura il cammino da seguire sulla via del peccato, perchè tanto che ci si può fare? O forse perchè, ad esempio. è meglio il peccato, cioè il fallimento d'una vita incapace di amare e quindi d'essere vissuta secondo la volontà di Dio che è vita piena e feconda, che una vita crocifissa per amore, nel matrimonio, nel fidanzamento, sul lavoro. E' meglio consigliare la via larga e spaziosa che porta alla perdizione piuttosto che quella stretta che, si badi bene, conduce alla via. Ogni mezzo è buono, tranne l'annuncio franco e senza marmellate buoniste del Signore Gesù Cristo Risorto, l'unico capace di liberare dalle catene della schiavitù e fare di ogni uomo un santo, che perdona, che prende su di sé i difetti e i peccati dell'altro, del marito e della moglie ad esempio. Non inventiamo nulla, il Vescovo di Lugano definisce infatti il matrimonio soltanto civile «una tappa comprensibile in un cammino di crescita e di maturazione, in qualche caso addirittura auspicabile per evitare un matrimonio religioso nullo". Auspicabile per morire, mentre la fede vince il mondo ci ha detto Gesù. "Credere che un Essere che si chiama Amore abita in noi ad ogni istante, di giorno e di notte, e che domanda solo di vivere in sua compagnia... Ricevere come proveniente direttamente dal suo amore ogni gioia, come ogni sofferenza... Questo contribuisce ad elevare lâanimo al di sopra di ciò che accade, e lo fa riposare nella pace, nellâabbandono dei bimbi di Dio" (Elisabetta della Trinità ).Ma la fede sta sparendo, e sembra che davvero pochi se ne stiano accorgendo. Ci si preoccupa, giustamente per carità , di embrioni, di pace, di debito del Terzo Mondo, di politica ma si dimentica, forse perchè non se ne è coscienti davvero, il fondamento su cui tutto si regge, e da cui ogni atteggiamento, criterio, pensiero prende vita. Si pensa alla Chiesa e se ne parla credendo di costruire dal tetto; ci si preoccupa dei frutti, e non si cura la semina e si dimentica il Seme. La fede è data per scontata, basta poco si dice, la fede semplice si ripete, e invece quello che davvero si vuole esprimere e realizzare è la famosa e triste teologia del cristiano anonimo di Rahneriana memoria. Il vero problema, quello decisivo, la fede sulla terra in questa generazione, è per la maggior parte dei casi eluso, sfiorato, o messo a tema sulle scartoffie dei piani pastorali. Uno fra i tanti. La grande intuizione del Concilio, che non era quella di aprire la Chiesa al mondo per sedercisi a tavola e dialogare mutuandone i criteri, è ancora ignorata nella stragrande maggioranza dei casi. Il Concilio ha aperto gli occhi della Chiesa sul mondo, e, per farlo, ha cominciato a guardare se stessa. Per questo il primo Decreto promulgato è stato quello sulla Liturgia, perchè era lì che si stava consumando il vero grande divorzio, quello tra liturgia e vita, tra sacro e secolare. E il virus che stava infettando la Chiesa era quello che, aprendo gli occhi sul mondo, si scopriva essere il cancro che lo stava dilaniando: la completa desacralizzazione, unita ad una secolarizzazione che stava sbattendo fuori della porta Dio e l'uomo fatto a sua immagine. La lettera del Vescovo di Lugano coglie il maturarsi del cortocircuito tra Chiesa e mondo. Paura, complesso di inferiorità , incertezze, perdita di fede. Un cocktail micidiale, che si beve in molti più luoghi di quello che non si pensi.Molti, troppi nella Chiesa non pensano secondo Dio, ma sono schiacciati su approcci del tutto mondani ai fatti, alle situazioni, alla storia, offrendo di conseguenza soluzioni e cammini mondani, infarciti di false speranze, con prospettive chiuse nell'immanente. Diceva al proposito il Papa ai Vescovi della Svizzera "che cosa dobbiamo fare? Ritengo che la prima cosa sia quella che il Signore ci dice oggi nella Prima Lettura e che San Paolo grida a noi a nome di Dio: "Abbiate gli stessi sentimenti di Gesù Cristo! - Touto phroneite en hymin ho kai en Christo Iesou". Imparate a pensare come ha pensato Cristo, imparate a pensare con Lui! E questo pensare non è solo quello dellâintelletto, ma anche un pensare del cuore. Noi impariamo i sentimenti di Gesù Cristo quando impariamo a pensare con Lui e quindi, quando impariamo a pensare anche al suo fallimento e al suo attraversare il fallimento, lâaccrescersi del suo amore nel fallimento. Se entriamo in questi suoi sentimenti, se incominciamo ad esercitarci a pensare come Lui e con Lui, allora si risveglia in noi la gioia verso Dio, la fiducia che Egli è comunque il più forte; sì, possiamo dire, si risveglia in noi lâamore per Lui. Sentiamo quanto è bello che Egli câè e che possiamo conoscerLo â che lo conosciamo nel volto di Gesù Cristo, che ha sofferto per noi". Avere dunque, di fronte alla storia, il pensiero di Cristo. Questa ci sembra essere anche l'intuizione più profonda del Concilio, che nei suoi documenti ha mostrato alla Chiesa la via; Paolo VI prima e Giovanni Paolo II l'hanno condotta tra tante difficoltà alla realizzazione dei suggerimenti dello Spirito sigillati nei docementi del Vaticano II. Benedetto XVI al timone sta tracciando senza incertezza la rotta giusta. Ma ci sembra terribilmente solo, e non perchè i fondamentalisti islamici ce l'hanno con lui. E' solo perchè sembra parlare un'altra lingua da quella di tanti, tantissimi nella Chiesa. I suoi occhi guardano il mondo in modo diametralmente opposto da quelli che si riflettono in tante, tantissime lettere pastorali. La fede sta scomparendo, non sarà un voto politico o l'astensione ad un referendum che la farà riapparire sulla terra. I modelli pastorali che ancora marcano il cammino di tante, tantissime diocesi sono legati irrimediabilmente ad un passato che è sparito da un pezzo. Il pensiero della gente non è più cristiano. Ed il problema non è che le chiese si stanno svuotando, perchè basterebbero dieci cristiani per incendiare il mondo... E' tempo che la Chiesa sta sperimentando il rifiuto, laddove non adultera l'annuncio e non si mondanizza nelle parole e nella prassi. Diceva con una forza straordinaria Benedetto XVI ai Vescovi della Svizzera che "Proprio nel nostro tempo conosciamo molto bene il "dire no" di quanti sono stati invitati per primi. In effetti, la cristianità occidentale, cioè i nuovi "primi invitati", ora in gran parte disdicono, non hanno tempo per venire dal Signore. Conosciamo le chiese che diventano sempre più vuote, i seminari che continuano a svuotarsi, le case religiose che sono sempre più vuote; conosciamo tutte le forme nelle quali si presenta questo "no, ho altre cose importanti da fare". E ci spaventa e ci sconvolge lâessere testimoni di questo scusarsi e disdire dei primi invitati, che in realtà dovrebbero conoscere la grandezza dellâinvito e dovrebbero sentirsi spinti da quella parte. Che cosa dobbiamo fare? Innanzitutto dobbiamo porci la domanda: perché accade proprio così? Nella sua parabola il Signore cita due motivi: il possesso e i rapporti umani, che coinvolgono talmente le persone che esse ritengono di non avere più bisogno di altro per riempire totalmente il loro tempo e quindi la loro esistenza interiore. San Gregorio Magno nella sua esposizione di questo testo ha cercato di andare più a fondo e si è domandato: ma comâè possibile che un uomo dica "no" a ciò che vi è di più grande; che non abbia tempo per ciò che è più importante; che chiuda in se stesso la propria esistenza? E risponde: In realtà , non hanno mai fatto lâesperienza di Dio; non hanno mai preso "gusto" di Dio; non hanno mai sperimentato quanto sia delizioso essere "toccati" da Dio! Manca loro questo "contatto" â e con ciò il "gusto di Dio". E solo se noi, per così dire, lo gustiamo, solo allora veniamo al banchetto. San Gregorio cita il Salmo, dal quale è tratta lâodierna Antifona alla Comunione: Gustate ed assaggiate e vedete; assaggiate ed allora vedrete e sarete illuminati! Il nostro compito è di aiutare affinché le persone possano assaggiare, affinché possano sentire di nuovo il gusto di Dio". Non sarà dunque il contarci la domenica a messa che salverà questa generazione. Già la salvezza. Qui è il cuore del problema. Ne siamo davvero convinti che chi non conosce il Signore soffre atrocemente? Ne siamo certi che l'unico che può dare senso alla vita è Lui? O sono slogan da affiggere dietro al palco di un convegno? Perchè se Cristo è l'unica risposta ad ogni domanda del cuore dell'uomo e solo la fede in Lui può salvare, questo si traduce in un'evangelizzazione senza sosta, aprendo cammini per i lontani, accogliendo le sollecitazioni dello Spirito anche se provengono da Nazaret, lontano dai circuiti delle curie e degli uffici pastorali. La chiusura verso i movimenti, i carsimi e le nuove comunità di tanti, tantissimi, forse proviene proprio dalla mancata consapevolezza di quello che davvero sta accadendo. E, forse, dalla perdita di una fede adulta, solida, che fa guardare ad ogni uomo con gli occhi di Cristo, che non è morto sulla Croce per regalare briciole di pace e per tirare a campare, e che non ha consegnato se stesso alla morte per donarci una misericordia in saldo per rattoppare le nostre vite malandate. Un compito immenso grava sulla Chiesa, oggi come sempre: annunciare e predicare il Vangelo, perchè la fede viene dalla predicazione. La Chiesa, si ripete nel Rito del Battesimo, dà la fede e la Vita eterna. Proprio oggi il Papa, all'Udienza Generale, parlando dell'Apostolo Paolo, diceva tra l'altro: "à dunque importante che ci rendiamo conto di quanto Gesù Cristo possa incidere nella vita di un uomo e quindi anche nella nostra stessa vita. In realtà , Cristo Gesù è lâapice della storia salvifica.... Guardando a Paolo, potremmo formulare così lâinterrogativo di fondo: come avviene lâincontro di un essere umano con Cristo? E in che cosa consiste il rapporto che ne deriva?" Sostanzialmente prosegue il Papa, "nell' «Essere giustificati», che significa essere resi giusti, cioè essere accolti dalla giustizia misericordiosa di Dio, ed entrare in comunione con Lui, e di conseguenza poter stabilire un rapporto molto più autentico con tutti i nostri fratelli: e questo sulla base di un totale perdono dei nostri peccati. Ebbene, Paolo dice con tutta chiarezza che questa condizione di vita non dipende dalle nostre eventuali opere buone, ma da una pura grazia di Dio: «Siamo giustificati gratuitamente per sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù» (Rm 3,24)... Così la fede deve mantenerci in un costante atteggiamento di umiltà di fronte a Dio, anzi di adorazione e di lode nei suoi confronti. Infatti, ciò che noi siamo in quanto cristiani lo dobbiamo soltanto a Lui e alla sua grazia. Poiché niente e nessuno può prendere il suo posto, bisogna dunque che a nient'altro e a nessun altro noi tributiamo l'omaggio che tributiamo a Lui. Nessun idolo deve contaminare il nostro universo spirituale, altrimenti invece di godere della libertà acquisita ricadremmo in una forma di umiliante schiavitù. Dall'altra parte, la nostra radicale appartenenza a Cristo e il fatto che «siamo in Lui» deve infonderci un atteggiamento di totale fiducia e di immensa gioia. In definitiva, infatti, dobbiamo esclamare con san Paolo: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31). E la risposta è che niente e nessuno «potrà mai separarci dallâamore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,39). La nostra vita cristiana, dunque, poggia sulla roccia più stabile e sicura che si possa immaginare. E da essa traiamo tutta la nostra energia, come scrive appunto l'Apostolo: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fi1 4,13). Affrontiamo perciò la nostra esistenza, con le sue gioie e i suoi dolori, sorretti da questi grandi sentimenti che Paolo ci offre. Facendone l'esperienza potremo capire quanto sia vero ciò che lo stesso Apostolo scrive: «So a chi ho creduto, e sono convinto che egli è capace di conservare il mio deposito fino a quel giorno», cioè fino al giorno definitivo (2 Tm 1,12) del nostro incontro con Cristo Giudice, Salvatore del mondo e nostro." La Chiesa è chiamata a condurre i suoi figli, e con essi il mondo, a conoscere Cristo, a sapere, per esperienza quotidiana, a chi hanno creduto, al suo potere in ogni circostanza e a vivere sorretti e guidati da una fede adulta. Compito ineludibile, per ogni pastore innanzitutto, e della Chiesa tutta. Mettere al centro Dio, dinnanzi al fallimento, alla sofferenza, al peccato del mondo. Pensare con Cristo e come Cristo, amare e annunciarlo, nella certezza del suo potere inalterabile. "Ci sono tanti problemi che si possono elencare, che devono essere risolti, ma che â tutti - non vengono risolti se Dio non viene messo al centro, se Dio non diventa nuovamente visibile nel mondo, se non diventa determinante nella nostra vita e se non entra anche attraverso di noi in modo determinante nel mondo. In questo, ritengo, si decide oggi il destino del mondo in questa situazione drammatica: se Dio â il Dio di Gesù Cristo â câè e viene riconosciuto come tale, o se scompare. Noi ci preoccupiamo che sia presente" (Benedetto XVI ai vescovi della Svizzera). Noi abbiamo visto in migliaia di famiglie il potere di Gesù Cristo, che dona la capacità di amare, di portare serenamente la Croce di un marito scappato con un altra donna, di tornare, dopo tanti anni, alla sposa o allo sposo lasciato, la forza di vivere castamente rapporti ingarbugliati da divorzi e seconde nozze. Soprattutto vediamo la fede trasmessa alle nuove generazioni, che sbaglieranno, peccheranno, ma che hanno impresso dentro il segno di un amore capace di passare al di là della morte, qualunque essa sia. La misericordia è un amore virile e materno al tempo stesso, è l'amore di Cristo. Nulla è impossibile a Lui, neanche risanare e ricreare dal nulla e dalla morte famiglie e persone. Annunciarlo con valentia e zelo, questo è l'imperativo comando del Signore alla sua Chiesa. Da sempre. Ogni compromesso al ribasso sarebbe un tradimento imperdonabile.
Antonello Iapicca Presbitero
Ed ecco, per chiarire meglio Splendida testimonianza di un presbitero che, nella sofferenza prossima alla nascita al Cielo, ha potuto vedere con occhi limpidi l'essenziale che fonda la missione della Chiesa. Annunciare il Vangelo, come nei primi secoli, attraverso un Carisma che Dio ha donato alla Chiesa in questo tempo: il Cammino Neocatecumenale. Forse occorrono davvero occhi limpidi, da bambino, per riconoscere il soffio dello Spirito. E un cuore che ha conosciuto il dolore, lo sbiadirsi di piani e progetti, e, soprattutto, un cuore secondo Dio, il Pastore che conosce le sue pecore per averne condiviso sino in fondo il cammino nella carne. Ecco la testimonianza, stupenda per la semplicità , di Don Luciano Filippetto che il 5 Novembre alle ore 12, dopo una vita spesa per il Vangelo, il Signore ha voluto tra le sue braccia. Un balsamo di consolazione per tutti noi, che camminiamo nella totale precarietà , tra incomprensioni, sconfitte e debolezze, sul cammino più entusiasmante che vi sia, quello dell'evangelizzazione.
Riproponiamo il suo testamento spirituale, coraggioso e profetico allo stesso tempo, per noi una forte testimonianza di amore alla Chiesa, al Cammino e ai fratelli che hanno conosciuto e amato in lui il Buon Pastore che dà la vita per le sue pecore.
Risuscitò !
i segni dei tempi
